Un teatro colmo. Centinaia di persone all’esterno. E tanti che arrivavano e che costatando l’impossibilita’ d’accesso, andavano via.
Questo è avvenuto a Pescara, martedì 20 luglio, alla presentazione da parte di Gianfranco Fini del suo libro: “Il Futuro delle Libertà”.
Una platea che difficilmente un personaggio politico, di questi tempi, riuscirebbe a mettere insieme.
Fortuna che due televisioni commerciali hanno dato in diretta l’evento, ed una di esse l’ha trasmesso in sequenza per tutta la serata. Solo così migliaia di cittadini, tra cui coloro che non avevano trovato posto, hanno potuto ascoltare il lungo intervento del Presidente della Camera.
A moderare la presentazione, Luigi Vicinanza, il direttore del più diffuso quotidiano d’Abruzzo: il Centro.
Gianfranco Fini, esprimendo il suo pensiero, con l’ausilio della sua dialettica, ha contribuito a scrivere una pagina importante della politica abruzzese.
Parlo in questo caso da politico e non da vicepresidente della Regione Abruzzo. Da uomo a cui dispiace vedere la propria terra in preda ad abulia.
Non mi riferisco al “fare”. Ci sono, infatti, tanti amministratori capaci, e tante amministrazioni che funzionano. Quello che deprime è la difficoltà di stimolare un dibattito politico, che metta al centro temi e contenuti.
Fini, con il suo intervento, simile per molti versi ad una lectio magistralis, ha rilanciato la vera politica, liberandola dalle catene del mero governare.
Analisi sui diritti civili, riflessioni di sociologia, di filosofia dell’uomo, analisi semantiche, Gianfranco Fini ha disegnato i tratti dell’Italia del futuro, con tutte le necessità, le incombenze, le speranza, le angosce, le plausibilità, i pericoli, le risorse. Un lungo dialogo, di ampio respiro, che ha dato la sensazione di come alcune situazioni, possono essere risolte solo dalla politica. Ma da una politica che pensa. E non quella della propaganda, della tensione continua, del tirare a campare, dell’immobilismo.
Se credevo già in Fini, ora, dopo aver seguito la trama articolata dei suoi ragionamenti,, penso che i temi che comunica da qualche anno, sono un grido di allarme, oltre che una severa riflessione. E coloro i quali passano il tempo a contrapporsi alle sue idee, dovrebbero prima valutarle attentamente, senza ipocrisie.
Nel Pdl, per non perdere qualche voto, stiamo solo perdendo tempo.
La locomotiva dello sviluppo corre veloce e noi italiani pensiamo a vagliarne: la forma, l’aerodinamica, la velocità, la comodità dei sedili e altre irrilevanze.
Dopo aver ascoltato l’intervento di Gianfranco Fini, ho avuto modo di percepire la sua lucidità di giudizio, e tutto ciò su nodi complessi, che sono le fondamenta di ogni società che vuole guardare al suo futuro.
È inutile nascondere la polvere sotto i tappeti. I nodi verranno al pettine.
Una società aperta, e sempre in espansione, un giorno dovrà fare i conti con il multiculturalismo.
E le semplificazioni della Lega e di certe aree del centrodestra, che presuppongono di risolvere problemi culturali di integrazione, con la rigidità dei provvedimenti, dimostrano di voler affrontare la scalata del K2 armati di piccozza e con le scarpette da ginnastica.
Ed è un esercizio immaturo far finta di capire che “integrazione” significhi “voler far entrare i clandestini”.
Ormai questo trucco demagogico si sta esaurendo. Gli Italiani stanno uscendo da questo equivoco. L’equivoco di presentare chi tenta di risolvere i problemi della civile convivenza, come colui che è pronto ad aprire indisciplinatamente le frontiere di una nazione.
E certi media, soprattutto certi giornali, su questo amaro escamotage, hanno venduto copie e avvelenato i pozzi della verità.
Che peccato! Che peccato per questa nazione, che è uscita con dignità a guadagnarsi un posto tra le nazioni influenti del pianeta.
Aggrapparsi ad un populismo di quarta categoria, ad una politica del Nord e Sud, alla caccia all’untore, non fa altro che farla precipitare nuovamente in un baratro da cui eravamo faticosamente usciti.
Gianfranco Fini ha parlato per scacciare questa paranoia, questa sindrome da accerchiamento, dove c’è chi lucra voti senza curarsi dei danni.
Fini, senza ipocrisia, ha parlato con la lucidità di chi non vuole costruire una nazione sulle paure della gente, ma di chi vuole costruirla sulle certezze, sulla speranza, sull’entusiasmo, sulla serenità e sulla coerenza di chi crede in se stesso.
Io ho percepito questo messaggio, e volevo comunicarlo a tutti coloro che in Italia in quella sala non c’erano, e avranno occasione di ascoltare Gianfranco Fini in altre circostanze.
Il cogito c’è. Sta a noi costruire il futuro.
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